lunedì 21 gennaio 2019

MEMORIE DI ADELINA GUADAGNUCCI. Un libro di Angela Maria Fruzzetti




Venerdì 25 gennaio, dalle ore 8.30, presso l'Istituto Professionale di Stato "G. Minuto" di Marina di Massa, si terrà un evento dedicato alla MEMORIA.
Il testo educativo di discussione e confronto sarà il libro  "Memorie di Adelina Guadagnucci. La mia vita per l'istituto Pedroni" di Angela Maria Fruzzetti, giornalista, scrittrice, poetessa, attivista antiviolenza.
Adelina Guadagnucci è "ambasciatrice di Pace": un'insegnante elementare che diventò la "mamma" di quarantatre bambini orfani di guerra.

L'Evento è a cura di Associazione Eventi sul Frigido, Massa. 
Intervengono:
Imo Furfori, professore insegnante di scuola secondaria
Mirella Cocchi, Commissione P.O. Regione Toscana
Angela Maria Fruzzetti, autrice del libro "Memorie di Adelina Guadagnucci"
Barbara Giorgi, blogger
Marco Alberti, cantautore
Silvio Riccardi, Ricordo di Adelina Guadagnucci
Studenti del Consiglio d'Istituto G.Minuto


Di seguito una bellissima pagina del libro, contenente le "riflessioni" di Adelina Guadagnucci.

"Perché Adelina, giovane, bella, colta, ha scelto di fare da madre a quarantatre orfani di guerra?
Mia madre aveva trentadue anni quando rimase vedova, sola con sette orfani da crescere.
Avevo trentadue anni quando sola, ho deciso di diventare mamma di quarantatre bambini, orfani di guerra. Ecco la spiegazione!
Al  posto del Pedroni, oggi sorge un istituto per tossicodipendenti. Si chiama “La Crisalide”.
Oggi la guerra si combatte anche su altri  fronti. I tempi sono mutati, velocemente. Ma il Pedroni non è morto, ha messo le radici dentro il cuore e le memorie di quanti hanno trascorso in quel luogo alcuni anni della loro vita.
E io ci sono. Ci sono a fianco di quei bambini soli, eredi di una violenza difficile da estirpare. Ho voluto consegnare a quei ragazzi i miei sogni repressi, i valori di pace, di giustizia, di fraternità, di libertà,  beni preziosi custoditi dentro un bagaglio che mi trascinavo appresso come la mia ombra. E ho voluto  svuotarlo lì, tra le pareti di quella nuda caserma, sotto lo sguardo affamato di una  nidiata di piccoli che cercavano, spauriti, un po’ di  calore, un po’ d’amore. Ho reciso, come messaggera di pace, quel cordone ombelicale che li legava ad un mondo di odio e di sangue. Ho rinunciato alla mia vita per riscattare quel pugno di libertà che mi era stata negata, gettandone i semi nelle piaghe ancora vive di quelle innocenti vittime di una guerra crudele. Ma non voglio onori, né glorie.
Per me è stato tutto così naturale, così spontaneo. E’ stato come seguire un solco che qualcuno aveva già tracciato affinché lo riconoscessi!
Io, io  sono orfana! Come posso voltare le spalle a quei ragazzi?  La verità è  dietro una porta che sta lì, nell'ombra, in un angolo inesplorato della mia mente.
Ora so. So di essere stata capace di fare la madre a quei figli perché io, inconsciamente, ho  ritrovato lei,  mia madre, ricollegando quel filo che  aveva snodato e lasciato lì,  affinché  lo
riconoscessi e lo seguissi.
Non è stato tutto facile. Ma in quel momento ho riassaporato l’entusiasmo e la voglia di gridare la mia verità al mondo.
Grazie, madre mia, per l’inestimabile eredità che mi hai lasciato.
Ne è valsa la pena."


Da "Memorie di Adelina Guadagnucci. La mia vita per l'istituto Pedroni" di Angela Maria Fruzzetti.

martedì 6 novembre 2018

LA TAZZINA INCRINATA - racconto di Barbara Giorgi



Cos’è la solitudine? In fondo, potrebbe essere considerata come qualcosa di costruttivo, di formativo. Momenti di profonda conoscenza di sé. Possibilità di autoanalisi.
La solitudine come percorso di crescita. Qualcosa di metafisico. Di ascetico. Di…
Quante stupidaggini. Pensò Bianca. Quante stupidaggini per dire a se stessa che non ci sono alternative. Edulcorando il tutto, addolcendolo come quando si dà una medicina ai bambini, mascherandola ben bene.
Ma Bianca era stanca delle maschere. Maschere che aveva visto, vissuto, respirato, annusato tutta la vita.
Sospirava, per non piangere, davanti alla tazzina vuota, con il bordo sporco di caffè e quella piccola incrinatura che c’era sempre stata, fin dal momento dell’acquisto. Ma lei l’aveva comprata lo stesso, perché era una tazzina sola, senza piattino: una povera tazzina esposta sulla bancarella di un panciuto signore indiano che si dondolava incessantemente, toccandosi la barba.
“Compra compra, bella signora…” le aveva detto.
E lei gli aveva sorriso, fermandosi davanti alla bancarella coperta da un lenzuolo ricamato. Sopra c’erano tazzine da caffè, da tè, antichi narghilè, vassoi tondi in metallo intarsiato e altri rettangolari in legno di teak. E un susseguirsi incredibile di bigiotteria di ogni forma e colore possibile. Ma Bianca non amava i gioielli: preferiva le tazze da caffè e da tè.
La tazzina da caffè incrinata era in mezzo a una teiera di porcellana inglese e a un narghilè di peltro: evidentemente, era una povera tazzina senza importanza, messa a caso in un posto a caso.
“Capita spesso, nella vita, di essere persone messe a caso in posti a caso…” pensò Bianca.
E così, comprò quella tazzina incrinata, con due roselline dipinte. E anche quelle erano lì un po’ a caso: dipinte senza troppa cura, con petali che sembravano macchie rosa schizzate via da un pennello. Tutto un caso, insomma. O un caos.
L’incrinatura era la vera parte bella della tazzina, perché quella non era nata a caso: sicuramente qualcosa o qualcuno l’aveva provocata. Un’incrinatura della vita, voluta dalla vita.
Anche Bianca era incrinata. E non era un caso. Era il destino e il destino pianifica, sa, agisce.
Il destino aveva deciso che Bianca fosse come la tazzina di caffè, esposta tra la teiera inglese e il narghilè: una piccola cosa incrinata e sofferente tra persone più incombenti e forti.
Si era sposata a vent’anni, Bianca. E da allora aveva provato a vivere in mezzo alle teiere panciute e incombenti, ma non c’era riuscita.
“Tu devi fare sempre ciò che ti dico io!” le diceva il marito, ripetendo il suo mantra quotidiano “Se fai come dico io, non ci sono problemi. Se non mi rispetti, invece avrai problemi!”
Anche i suoi genitori non l’avevano trattata meglio: per loro, era sempre stata una sciocca ragazza, una fuori dalle righe, una che non avrebbe mai potuto combinare nulla di buono nella vita.
E amiche no, non poteva averne, perché “fanno perdere tempo in chiacchiere”.
Anno dopo anno, la sua vita si era consolidata in un ripetersi di azioni meccaniche, quasi inconsapevoli, dettate da altri. Cucinava, lavava, stirava. Questo era e questo doveva bastarle.
All’inizio del matrimonio,  si era permessa di dire un unico “no”: non voleva figli. Perché sentiva dentro di sé la necessità di crescere ancora, di trovare una strada tutta sua: c’era in lei quella bambina che ancora protestava e chiedeva attenzione.
Ma lo schiaffo del marito aveva troncato quel “no” sul nascere. Lei avrebbe dovuto partorire dei figli, volente o nolente.
“Le donne vengono al mondo solo per fare figli! Non te l’ha detto tua madre? Servite a quello e a nient’altro!” e il marito aveva enunciato la sentenza.
Bianca partorì il suo primo figlio maschio all’età di ventitré anni. Poi il secondo figlio maschio all’età di venticinque anni. E la femmina all’età di trenta.
“Ho cinquant’anni. Oggi compio cinquant’anni. Sono vecchia…” pensò Bianca guardano la sua tazzina incrinata.
Ormai, i tre figli vivevano tutti fuori casa. Il padre aveva acquistato tre monolocali, dicendo che avrebbero dovuto affrontare la vita da soli. Ma in realtà, chi affrontava davvero la vita da sola era la figlia, che lavorava come hostess in una compagnia di volo internazionale.
I due maschi invece erano impiegati alla contabilità, nell’azienda di famiglia. Un’azienda che produceva da cent’anni mobili in legno massello: ingombranti, pesanti, rifiniti all’eccesso, tirati a lucido con strati di coppale. La rappresentazione simbolica di suo marito e di quella famiglia di mobilieri. Tutti incollati al passato.
“Vattene… vai a vivere lontano da qui…” era il consiglio che lei aveva dato alla figlia “devi  costruire la tua vita altrove. Sii libera. Sii te stessa. Cerca la tua strada. Devi essere come un’aquila che vola libera, consapevole della vista acuta e della potenza del battito d’ali. Non farti mettere in gabbia. Mai.”
Bianca aveva sempre adorato il concetto di “libertà”.
“Che differenza c’è tra libertà e solitudine? Enorme. Mia figlia è libera, mentre io sono una donna sola. Ecco la differenza…” pensava Bianca, riflettendo sui suoi cinquant’anni “Vivere con un uomo che non ti ama è come vivere  con un fantasma. E’ come sentirsi morte dentro.”
Bianca, i suoi cinquant’anni e la tazzina incrinata. Una strana compagnia.
“Se potessi avere un regalo per il mio compleanno, un regalo dal destino, un regalo importante… vorrei che fosse una possibilità. Un cambiamento. Una vita nuova.”
Bianca sognava. Bianca scuoteva la testa.
Un andare e venire di pensieri: ricordi, rimpianti, scelte sbagliate, treni persi, anni sopravvissuti e non vissuti, momenti imperfetti di una vita imperfetta.
Rughe, crepe, crateri.
Bianca toccò con l’indice destro l’incrinatura della tazzina, seguendo pian piano quel percorso in rilievo.
“L’indiano diceva che l’incrinatura è segno di vita vissuta e sapienza, come le rughe. L’indiano la sapeva lunga. Avrebbe detto qualsiasi cosa per farmi comprare questa tazzina.”
Iniziò a piangere. E le lacrime quasi le facevano compagnia, scivolando giù calde. Calde come una carezza sul viso. Calde come un abbraccio. Calde come un sorso di caffè che ti risveglia.
Sentiva il percorso delle lacrime, dagli occhi fino al mento. Poi le osservava cadere lente sul tavolo. Silenziose, come tutte le lacrime del mondo.
“Il silenzio delle lacrime è un segno di rispetto per chi piange. Chi piange non vuole rumore intorno e le lacrime sanno ascoltare senza dare fastidio.”
Bianca, i suoi cinquant’anni, la tazzina incrinata. E le lacrime. Ora la strana compagnia aumentava.
Bianca era immobile su quella sedia, con la mente vuota e le gambe di piombo.
Osservava, in assenza di pensiero, tutto quello che aveva sotto gli occhi.
Tazzina, tavolo, sedie. Il lampadario. La finestra con i vetri appena puliti. Le pareti bianche, troppo bianche, talmente bianche da non meritare alcuna attenzione.
“Appendiamo un quadro…” aveva proposto più volte. Ma no, i quadri davano fastidio. Bastavano gli ingombranti e coppalati mobili dell’azienda di famiglia.
“I quadri non servono a niente. Stanno lì appesi senza uno scopo, un’utilità!”  Per suo marito, l’arte non aveva alcun motivo di esistere, come mille altre cose della vita.
Bianca tornò a guardare la tazzina e ricominciò a pensare.
“Dovrei farmi un caffè. Piove. Fa freddo. C’è il temporale da ore. Sì, mi faccio un caffè.”
Si asciugò le lacrime. Poi, allungò entrambe le mani e prese la tazzina.
Si alzò dalla sedia, ma non andò verso la macchina del caffè espresso.
Si avvicinò alla dispensa e prese della carta da forno: ne strappò un pezzo e avvolse con quello la sua tazzina incrinata.
Mise la tazzina in uno zaino, insieme ai suoi documenti, una maglia di lana e un pettine.
“Non mi serve altro!” disse a voce alta, come se avesse voluto comunicare con qualcuno. O con se stessa, in modo eclatante e perentorio.
Prese lo zaino, si infilò le scarpe e uscì di casa, sbattendo la porta con tutta la sua forza.
Ora Bianca era in strada  e respirava l’aria umida a pieni polmoni.
Pioveva ancora. Il temporale era finito, ma c’era qualche goccia leggera e silenziosa, come le lacrime.
Non vedeva più le pareti bianche: c’erano persone con cappelli e ombrelli colorati.
E un piccolo cane randagio che abbaiava al mondo. E due bambini che schizzavano acqua da una pozzanghera. E un semaforo rotto lampeggiante. E delle ragazzine che ridevano vicino alla vetrina del bar.
E poi. Poi c’era tutto quel cielo grigio, immensamente grigio, con ribelli e magnifiche strisce color arancio che promettevano qualcosa di buono.
Bianca strinse a sé lo zaino, in modo delicato e protettivo, pensando alla tazzina incrinata avvolta nella carta da forno.
Ricominciare a vivere con una tazzina, una maglia e un pettine era, probabilmente, la cosa più assurda del mondo. Una vita in uno zaino, senza sapere cosa fare e dove andare.
 “Capita spesso, nella vita, di essere persone messe a caso, in posti a caso…”
Ripensò a quella frase che aveva detto a se stessa, qualche anno prima. Forse, era arrivato il momento di un altro posto a caso: così, seguendo semplicemente l’istinto. L’importante era non sentire più il peso della solitudine interiore, il senso di soffocamento dentro una vita non voluta.
Quell’intenso color arancio ora stava prendendo spazio nel cielo e ogni cosa sulla terra assumeva una luce più calda e brillante.
 “Non sono più sola. Sono libera!” esclamò Bianca, sorridendo a un panciuto signore indiano, che passava di lì per caso.

Racconto di Barbara Giorgi, 2018, Copyright

giovedì 4 gennaio 2018

IL SALOTTO DEL BARGONI - Eventi di gennaio









Il "BARGONI" è uno storico locale di Marina di Massa (Toscana). Si trova in Piazza Betti, a pochi passi dallo splendido lungomare.
La titolare, sig.ra Dora Vitrani, ne cura ogni aspetto con attenzione, professionalità ed eleganza.
Il locale può vantare uno Staff competente e cortese, una cucina raffinata e di primissimo livello, una location luminosa e glamour.
Oltre all'attività di bar pasticceria e di lounge bar con aperitivi e buffet, il locale inizierà a breve un nuovo percorso: all'interno del suo Salotto, dotato di arredi consoni all'atmosfera, verranno ospitati EVENTI ARTISTICO-CULTURALI con Artiste ed Artisti di diversi ambiti (poesia, narrativa, arti figurative, musica).

Nel mese di gennaio 2018, il Salotto del Bargoni ospiterà i seguenti Eventi artistico-culturali (a cura di Barbara Giorgi), dalle ore 19:

Giovedì 11 gennaio - Caffè artistico letterario apuano.
Saranno presenti poetesse e poeti del rinomato gruppo culturale apuano, con un Reading a tema libero.
Gruppo promotore del Caffè artistico culturale apuano: Benedetta CiCardone, Stefano CarloniMarina Marini DanziAngela Maria Fruzzetti
Artisti del Reading poetico:
Benedetta Cardone 
Marina Marina Danzi 
Stefano Carloni 
Stefano Rossi
Angela Maria Fruzzetti
Marco Alberti
Giorgio Parolini
Pietro Zaccagna
Egizia Malatesta
Gabriella Izzo
Giuliano Lazzarotti
Nico Menchini
Paolo Milani.
Presentazione a cura di Barbara Giorgi
Esposizione di dipinti di Marcella Cardone e di foto artistiche di Marina Marini Danzi.

Giovedì 18 gennaio - Angela Maria Fruzzetti
La giornalista, poetessa, scrittrice apuana presenterà i suoi libri, dedicati soprattutto alle donne.
Saranno trattati temi quali: il valore storico-sociale del cammino delle donne, la condivisione emotiva e la rete virtuale-reale tra donne, l'importanza della lotta antiviolenza e dell'affermazione della parità di genere.
L'autrice dialogherà con Barbara Giorgi (blogger e scrittrice) e Rossana Lazzini (giornalista).

Letture a cura di Laura Zaccagna.
Performances di Marco Alberti, poeta e cantautore.
Esposizione di dipinti di Mafalda Pegollo.

Giovedì 25 gennaio - Ilaria Dalle Luche Jones e Elena Cirillo.
La scrittrice Ilaria Dalle Luche Jones presenterà il suo ultimo libro "Cuori precari" (il terzo della serie di libri dedicati all'amicizia al femminile e alle complicazioni nelle relazioni amorose).
L'autrice dialogherà con Barbara Giorgi (blogger e scrittrice).
La serata prevede performances di Elena Cirillo (musicista e cantante professionista) e di alcune allieve della scuola di canto "Play the Voice", diretta dalla stessa Artista.
Elena Cirillo, violinista della band del grande Francesco De Gregori, presenterà dei suoi inediti.
Esposizione di dipinti di Sara Chiara Strenta (Mary Anne).

Al termine di ogni evento artistico-culturale si terrà un aperitivo che faciliterà la conoscenza delle artiste e degli artisti da parte del pubblico presente.

Costo aperitivo: 8 euro (buffet con una consumazione).



martedì 3 ottobre 2017

DOMENICO MONTEFORTE. TUSCANY LANDSCAPES




DOMENICO MONTEFORTE, i suoi paesaggi toscani, le sue tele dedicate all'opera lirica e alla letteratura viaggiano da tempo nei musei e nelle locations artistiche più prestigiose del mondo. 
L'Artista vive e lavora a Forte dei Marmi e le sue opere sono esposte presso la Galleria Lazzaro, via Pascoli 8 - Forte dei Marmi (Lucca). Dal 2005 tre opere di Monteforte di cm 80x120, fanno parte della collezione del Senato della Repubblica presso Palazzo Madama in Roma. Nel 2007 un’opera di Monteforte “L’albero della vita”, cm 80x60 è stato donato al Santo Padre, Papa Benedetto XVI durante un’udienza pubblica a Roma. Nell’ottobre del 2010 Domenico Monteforte ha ricevuto il premio “Torre di Castruccio” per le Arti. La motivazione è stata: “Per l’impegno e per la qualità nel mondo dell’Arte, e per essere un esempio per le nuove generazioni”. Il premio viene assegnato ogni anno ed è alla sua XVIII edizione sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali della Regione Toscana. Nel 2012 gli è stato assegnato un premio alla carriera dal Festival dei Due Mondi di Spoleto. Nell’Ottobre 2014 é stato in copertina della rivista ARTE IN.
Nell’ottobre 2015 Monteforte è stato invitato dall’università di Nanchino a trascorrere un mese in Cina, ha avuto a disposizione uno studio e ha realizzato una serie di opere presentate poi in mostre in diverse città cinesi tra cui: Nanjing, Shangai e Wuxi. A febbraio del 2016 Monteforte ha collocato, nella prestigiosa sede californiana del Teatro dell’ Opera di San Francisco, Stati Uniti, una grande tela di 6 x 3 metri, realizzata appositamente su commissione dell’ Opera House. Il dipinto rappresenta oltre sessanta cantanti, compositori e direttori d’orchestra di fama mondiale ed è diventato l’immagine “simbolo” del famoso teatro operistico. A  Dicembre 2016 é stato insignito del premio "Artista dell’anno" insieme ad altri importanti artisti italiani. Ha al suo attivo numerosissime mostre in Italia ed all'estero. Si sono interessati a lui i più importanti critici d’ arte italiani. Collabora ormai da molti anni con la Giorgio Mondadori Editore con la quale ha realizzato diverse monografie sul suo lavoro ed alcuni volumi dedicati al binomio arte e cucina, altra sua grande passione.






Il 21 settembre 2017,  Monteforte ha presentato a Montecatini Terme,  una grande tela dedicata all'opera lirica che adesso abbellisce il foyer del Teatro Verdi (presentazione contestuale al concerto "Oci Ciornie").


Ultimamente Monteforte è stato a Londra per esporre sue opere alla Galleria Pall Mall (presenti opere di diversi Artisti internazionali).


Tra i prossimi impegni dell'Artista: sabato 7 ottobre, inaugurazione della BIENNALE a Fortezza da Basso a Firenze (Monteforte sarà l'artista ospite di questa edizione); il pomeriggio alle 17 a Montecatini Terme al MOCA, Museo di Arte Contemporanea, si inaugura la mostra "SGUARDI DI VERSI, DA CATULLO A JOVANOTTI PASSANDO PER DANTE E GABER - L'EVOLUZIONE DELLA POESIA IN 20 SECOLI" (Monteforte è tra gli Artisti partecipanti all'evento).

E io, modestamente, sono onorata di essere amica di un grande Artista come Domenico Monteforte.





MONTECATINI TERME. MUSEO D'ARTE CONTEMPORANEA


Il 7 ottobre 2017 alle ore 17, a Montecatini Terme, al MOCA, Museo d'Arte Contemporanea, si inaugura la mostra "SGUARDI DI VERSI, DA CATULLO A JOVANOTTI PASSANDO PER DANTE E GABER". 

Tra gli Artisti che espongono, DOMENICO MONTEFORTE (pittore toscano  che vive e lavora a Forte dei Marmi).

giovedì 13 ottobre 2016

Addio Maestro

                                                           


Caro Maestro,
nel mio cuore rimarrà sempre la sua voce durante quella telefonata del 2103, quando mi disse: "scrivi, pubblica i tuoi libri... credevo che il tuo monologo l'avesse scritto Franca."

Solo un Grande riesce a dare coraggio e a vedere dove non vedono altri.

Lei sarà sempre con me, nei miei ricordi più belli.

Addio Maestro. Ora farà ridere Dio e gli angeli con le malefatte di Bonifacio VIII.

Grata per sempre.

Barbara




Foto: www.lastampa.it



















mercoledì 5 ottobre 2016

PIANETI DIVERSI - Barbara Giorgi

                                                                  camminanelsole.com


Qualche mese fa, ho scritto questo breve racconto, intitolato "PIANETI DIVERSI", ispirandomi al famoso libro "GLI UOMINI VENGONO DA MARTE LE DONNE DA VENERE" di John Gray, ed. Rizzoli (prima pubblicazione del 1992, Harper Collins).

Questo mio racconto prende spunto da quella specie di "mito della caverna" di cui parla il prof. Gray nel suo libro: quel luogo ideale dove si rifugiano gli uomini durante un litigio di coppia. Io ho immaginato un confronto, in chiave ironica, tra una donna e un uomo: una coppia qualsiasi, in un momento qualsiasi (però, il confronto è su un tema importante).

Il racconto "PIANETI DIVERSI" ha vinto il Premio speciale Scarabeus dell'Associazione Liberi Autori di Livorno, A.L.A., 2016.
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PIANETI  DIVERSI  di Barbara Giorgi 

Dopo un’oretta di discussione, in genere accade ciò che il professor John Gray ha ben illustrato nel suo famoso libro, “Gli uomini vengono da Marte le donne da Venere”: l’uomo si ritira nella sua caverna e non ne esce più.
Probabilmente, quella caverna deve essere un luogo meraviglioso, perché lui scompare lì dentro come uno speleologo. E chi si è visto, si è visto.

"Pretendere che un uomo chiuso nella sua caverna diventi istantaneamente aperto, affettuoso e attento è irrealistico come pretendere che una donna turbata si calmi all'istante" (John Gray)

Infatti. Io non mi calmo all’istante. E neppure dopo due o tre istanti. Io sto fuori da quella caverna e pretendo di parlare dell’accaduto. Perché parlare è necessario, indispensabile e vitale, per chiarire e superare il conflitto, per tornare alla serenità, per lasciarsi alle spalle le rovine della battaglia.
No. Non è esatto dire che vorrei solo parlarne: vorrei proprio analizzare ogni termine, ogni sospiro, ogni alzata di sopracciglio, ogni tono superiore ai settanta decibel di quella discussione, litigata, confronto, sfida a scacchi, scontro tra titani.
Perché sono donna e le donne devono parlare dopo una discussione.
Devono proprio.
Nel senso che noi abbiamo un’intrinseca, innata, geneticamente predefinita necessità di parola. Ci piace proprio tanto parlare, comunicare, esprimere pensieri. A volte adoriamo buttare lì un parola, solo per vedere l’effetto che fa: siamo delle strateghe della comunicazione.
E io me la cavo abbastanza bene.

Mi chiamo Sammy: solo mia madre mi chiama Samantha e quando pronuncia l’acca aspira bene per evidenziare la presenza di quella lettera dell’alfabeto che sta lì, solo per far piacere a lei, alla mamma delle mamme.
Ci ha pensato dei mesi prima di trovare il nome perfetto per me, quello che avrebbe fatto girare i passanti mentre mi richiamava all’ordine, quello che avrebbe scritto sui biglietti di auguri di compleanno e ricamato sul mio grembiulino dell’asilo. Un nome con l’acca.
Ma a me l’acca non dice proprio nulla: anzi, la trovo invadente ed inopportuna dentro il mio nome. Il nome è mio e l’acca non c’entra nulla. Sembra una persona  che si presenta ad una festa, senza avere l’invito. Un’acca non invitata.
Così, mi faccio chiamare Sammy. Più semplice, lineare, senza lettere invadenti.
Pure lui mi chiama Sammy. Quel “lui” che vive con me. Solo che quando litighiamo, abbrevia ulteriormente: dice “Sammmm” stringendo le labbra su quella emme,  che diventa inopportuna come l’acca.
Oltre a lettere inopportune, ho altri aspetti della mia vita che sono inopportuni: come il carattere testardo, il vizio di leccarmi le dita quando mangio patatine fritte, la consuetudine di arrivare sempre in ritardo, la totale mancanza di pazienza. Ma del resto, sarebbe troppo difficile cambiare, per cui non ci provo neppure.
E continuo a leccarmi le dita.

Oggi, quel lui che vive con me ha detto “Sammmm” circa tre o quattro volte stringendo più che mai le labbra, inarcando le sopracciglia, spalancando gli occhi. Dritto e in piedi, con il dito indice della mano destra che oscillava nell’aria.
Mi chiedo perché gli uomini debbano necessariamente porre in essere tutta questa mimica teatrale, per rendere incisiva e interessante un’opinione. Forse perché esprimono a gesti ciò che noi donne esprimiamo a parole.
Parole. E torno lì, sulla nostra genetica necessità di parlare.
Comunque.
La discussione è nata per un motivo preciso: un argomento che rimandavamo da mesi, presi da altre mille e un milione di cose.  
In pratica, c’era da decidere chi dovesse decidere per la decisione di avere decisamente un figlio.  
Beh. Finché si scherza, si scherza, ma quando si parla di figli non si scherza più. Non si può scherzare. I figli sono essere umani. Gli ho detto così. E lui mi ha risposto: “Bella scoperta”.
Ma il fatto è che io ho un così alto concetto della maternità, un rispetto così enorme per i bambini, per la loro educazione e crescita, un tale amore per l’umanità tutta e per le future generazioni… che ho deciso di non avere figli.
Non voglio essere madre. Non voglio procreare. Almeno per ora. Non mi sento pronta. E gli ho detto pure questo, mentre lui continuava a tenere le mani sui fianchi.
“Sammmm! Una donna che non vuole essere madre? Ma cosa stai dicendo?” e mi ha guardata come se stesse guardando Jack lo squartatore.
No. Come se stesse guardando Erode.
“Esatto. Non voglio avere figli. Non ho spirito materno. O forse ce l’ho, ma è andato in vacanza. Non mi sento pronta. E comunque devo riflettere bene su questa scelta.” Mi pareva la risposta più adatta e sincera.
“Sammmm. Sei strana, lo sai? Sei strana, cara mia. Una donna che non vuole partorire e crescere dei figli, non è una donna completa, vera, appagata!” e lui ha esordito con una sentenza che non prevedeva repliche.
Per la precisione: la sua sentenza non le prevedeva. Io le prevedevo eccome.
Ho dovuto respirare a pieni polmoni prima di rispondere. Ho ossigenato ben bene tutto il mio sistema cardiocircolatorio, perché sapevo di dover impiegare una valanga di parole, con minimi intervalli e toni alti di voce.
“Io non credo proprio che una donna senza figli sia i-n-c-o-m-p-l-e-t-a-!” e ho continuato in modo deciso  “credo che l’appagamento di una donna possa verificarsi in mille modi diversi e non sei certo tu a definire il mio personalissimo appagamento!”
E quello è stato l’incipit del litigio.
Anzi, l’incipit e l’epilogo. Perché lui ha preso la giacca ed è uscito senza neppure salutare. Come se fosse una novità: fa sempre così, quando litighiamo. Sbatte la porta e se ne va.
Io non capisco se quel “taglio” al confronto sia dovuto alla mancanza di capacità dialettica oppure se sia dovuto al testosterone oppure se sia dovuto alla percezione dell’imminente sconfitta. So solo che esce di casa e che lo rivedo, in genere, dopo due ore.
E quando torna fa lo speleologo: si cambia, indossa la tuta felpata, si sdraia sul divano e fissa pensoso il soffitto. In quel momento, entra nella sua personale caverna per uscirne chissà quando: a volte serve una giornata intera.
Ormai l’ho capito: la caverna è quella dimensione in cui l’uomo si rifugia per rimettere a posto degli stracci di pensieri di diverso colore, forma, spessore. Non ci capisce più nulla e deve cercare un luogo della mente per nascondersi e ritrovare un’idea chiara, netta, precisa. Si mette lì e sistema le sue macerie, per ottenere di nuovo la padronanza del suo parlare, della sua capacità di analisi. Gli manca il quadro d’insieme. Qualcosa lo ha fatto vacillare e lui deve ritrovare stabilità e sicurezza.

Problema.
Io non posso aspettare che lui esca dalla caverna. Per cui, ecco fatto che ogni volta decido di andare a riprenderlo, anche contro la sua volontà. Faccio la squadra di soccorso alpino. Vado e lo salvo da se stesso. Con la forza fisica? No, per carità. Con la mia parola magica e meravigliosa: “Parliamo.”
Ma lui non vuole parlare: è nella caverna e vuole rimanere lì, possibilmente ad incollare gli stracci di pensieri.
Purtroppo, io non ho pazienza. Voglio parlare, pretendo di parlare, sono certa che parlare sia la soluzione di tutto.
“Dobbiamo parlare. Voglio che tu capisca bene la mia posizione, il mio pensiero, il mio stato d’animo. E’ importante che tu comprenda i motivi della mia scelta. Devi ascoltare perché è fondamentale che ci sia condivisione in questo…”
“Sammmm! Zitta per favore. Taci per carità! Non ho voglia di parlare ora. Lasciami in pace.”
Che cosa significa? Che sono insopportabile?
Che vuol dire “lasciami in pace”? Forse che faccio la guerra?
Che significa “lasciami in pace”? Forse che lo costringo a fare qualcosa?
Ecco. Quel “lasciami in pace” io non lo accetto: sento che mi rifiuta, che non mi vuole bene, che non tiene a me, che si sta allontanando sempre più nella sua maledettissima caverna, con i suoi maledettissimi stracci di pensieri.
Ed ecco allora che mi arrivano addosso rabbia e delusione e sembra che manchi il respiro. Sì. Mi sembra di non poter respirare. Dilato le narici per catturare ossigeno e pensare molto velocemente.
Sento che delle orribili parole stanno salendo su per la mia trachea: si stanno arrampicando in un free climbing verso le corde vocali. Le orribili parole vogliono uscire e io non so se riuscirò a fermarle.
“Lasciami in pace? Ma come ti permetti di parlarmi così? Non capisci che dobbiamo risolvere questa questione? Non capisci che non puoi essere egoista e rinchiuderti in te stesso di fronte ad un argomento simile? Ma non hai un minimo di capacità dialettica per affrontarmi? Mi dici di lasciarti in pace? Ma ti rendi conto?”
E poi arriva l’ultima parte del free climbing: “Chiedimi scusa”.
L’ho detta. E’ la frase fatidica. La dico sempre, perché le scuse sono il rimedio di tutti i mali, in una litigata. Sono come l’antinfiammatorio da usare per il mal di testa, il mal di denti, il mal di schiena: l’antinfiammatorio serve un po’ a tutto.
Anche le scuse servono a curare. Solo che lui non chiede mai scusa, perché considera le scuse come un atto di debolezza: lo speleologo non può perdere tempo in debolezze. E’ impegnato in altro.
E niente. Io ripeto “chiedimi scusa” circa venti volte. Ma nella caverna non arriva la mia voce.
Così.
Lui rimane laggiù, in qualche cavità profonda e lontana, al buio, mentre ascolta il suo respiro e il rumore dei suoi pensieri.
Ed io sono qui, combattuta tra il continuare a parlare rabbiosamente da sola e l’inizio di un lungo silenzio denso di menefreghismo.

No. Non sono cattiva. Non sono neppure egoista.
E’ che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere.
Ormai ne sono certa: la Terra non va bene, perché è troppo piena di caverne. Servirebbe un altro pianeta dove poter fare pace. Un pianeta senza caverne.

"Tanto tempo fa, i marziani e le venusiane si incontrarono, si innamorarono e vissero felici insieme perché si rispettavano e accettavano le loro differenze. Poi arrivarono sulla Terra e furono colti da amnesia: si dimenticarono di provenire da pianeti diversi." (John Gray, Gli uomini vengono da Marte le donne da Venere, 1992, ed. 2008 Rizzoli).

Barbara Giorgi Copyright (C) Tutti i diritti riservati